Imprenditori o sognatori? Quando le due figure si sovrappongono?

“Portatemi via la mia gente e lasciatemi le aziende vuote e presto l’erba crescerà sul pavimento dei reparti.
Portatemi via le aziende e lasciatemi le persone con cui lavoro e presto avrò aziende migliori di prima”.

Questo diceva Andrew Carnegie, imprenditore britannico naturalizzato statunitense (Dunfermline, 25
novembre 1835 – Lenox, 11 agosto 1919) che, con tutta probabilità è stato uno degli imprenditori, e
filantropi, più importanti ed influenti della storia dei nostri tempi.
Carnegie è ricordato per avere costruito dal nulla – il suo primo lavoro, a tredici anni, fu fare il garzone
in un cotonificio – uno vero e proprio impero economico, giungendo alla costituzione di una delle più
potenti e influenti aziende della storia degli Stati Uniti, la Carnegie Steel Company.
Raggiunta la ricchezza, nella seconda parte della sua vita, si è reso celebre ad amato per la sua attività
filantropica che ha permesso di fondare università, biblioteche e musei e non solo negli Stati Uniti, ma
anche nella natia Scozia e in altri Paesi.
Si tratta dunque di una persona che, nella sostanza, rappresenta in pieno il sogno americano: partì
giovanissimo per andare negli Stati Uniti a cercar fortuna e dopo numerosi lavori umili faticosi e poco
retribuiti, riuscì ad arricchirsi grazie al suo coraggio, e certamente al talento negli affari che non
dovette certo mancargli

Alcuni pare ritengano che il noto personaggio Disney Paperon de’ Paperoni (Uncle Scrooge a dispetto
del suo nome, ove Scrooge significa spilorcio) sia ispirato proprio a lui.
Se poi dobbiamo basarci su una comparazione effettuata dalla rivista Times
(http://time.com/money/3977798/the-10-richest-people-of-all-time/) il suo intero patrimonio
(rivalutato in dollari con valuta al 2008) sarebbe il sesto più alto di sempre, di tutto il mondo. La sua
fama gli ha procurato anche l’ammirazione di Italo Svevo che non ha esitato a citarlo nella “Coscienza
di Zeno” nel capitolo «La moglie e l’amante»: Zeno in visita a palazzo Pitti notò come Carnegie e
Vanderbilt, probabilmente Cornelius (patriarca dell’omonima famiglia di imprenditori attiva sin dal
1800), assomiglino ai ritratti dei fondatori di casa Medici.

Eppure, nonostante questo successo infinito, nonostante una autorità sostanzialmente assoluta, che gli
avrebbe permesso di decidere qualsiasi cosa e di influenzare la politica intera del suo periodo, non ha
permesso a tanto potere di distoglierlo da quello che era, a mio parere, il suo primo pensiero: il lavoro,
l’impresa, attività che possono distruggere o, al contrario, elevare e dare senso ad una intera esistenza.
E sapeva bene una cosa: l’impresa non è un’entità astratta, a meno di non considerarla semplicemente
dagli articoli di un codice o di trarne il significato da una definizione da dizionario.
L’impresa è un luogo di incontro, di aggregazione e di aspirazioni, una cosa per uomini e donne di
“carattere” che, tuttavia, non sempre sono apprezzati come e quanto potrebbero.
È certo che è difficile, o più difficile, quando l’economia non decolla e le difficoltà sono tante. Ma se
parliamo di Italia e ripercorriamo all’indietro qualche titolo di giornale, non è così complicato
imbattersi in titoli che denunciavano la continua austerità ed i sacrifici che gli Italiani dovevano
affrontare. Nell’immediato dopo guerra, negli anni sessanta, settanta per non parlare degli anni ottanta.
Sino ad oggi. Senza interruzione.

Dunque mi chiedo se molte delle cose che “ci mancano” non siano effettivamente dovute alla difficile
situazione economica, o meglio non solo ad essa, ma forse soprattutto all’uniformità di pensiero che
una certa comunicazione di massa ci ha donato.
Ma l’imprenditore Italiano, non può smettere di sognare, di creare, di costruire, ne va della sua
sopravvivenza, ma anche di parte della sua identità. Ovvero ciò che credo sia la vera “anima” di tutte le
imprese del nostro bellissimo Paese.

L’editoriale del direttore Francesco De Sanzuane

Riv. delle Imprese N. VII 20 luglio 2017